Breve analisi delle leggende urbane e lamentele più diffuse che circolano sull’Esame di Stato di Psicologia!


1. “L’EdS non serve a nulla, è solo un pezzo di carta senza senso”

Errorissimo!
L’EdS cambia lo status giuridico del cittadino che lo supera, non è una cosa banale o secondaria!
L’EdS è infatti previsto addirittura dalla Costituzione della Repubblica, è comune a tutte le professioni Ordinistiche, e implica una serie di conseguenze giuridiche e funzionali di enorme portata per il professionista.
Il fatto che la professione di psicologo sia organizzata in Ordini implica che per accedervi (come Ingegneri, Medici, Avvocati, etc.) dobbiamo dimostrare allo Stato che abbiamo – oltre alle competenze “culturali e accademiche” rappresentate dal titolo di laurea -, anche competenze ed expertise che ci permettono di esercitare tali competenze in modo “professionale”. E’ pertanto un discorso molto più delicato, complesso, e ricco di implicazioni di quanto spesso si pensi quando si è ancora all’Università: l’EdS è una delle componenti essenziali del sistema professionale Ordinistico, perchè in Italia autorizza all’esercizio di specifici atti professionali “riservati”, che sono proibiti – nel nome dell’interesse pubblico – a chi non ha tale abilitazione pubblica.
E’ quindi un passaggio cruciale, fondativo per la professione ed il suo riconoscimento formale nazionale!

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2. “L’EdS è inutile, un doppione, mi chiedono le stesse cose che mi hanno già chiesto all’Università!”
Come spiegato (e lo riprendiamo dopo), lo scopo dell’EdS NON è chiedere le stesse cose dell’Università, anche perché l’EdS – dal punto di vista formale – non c’entra col percorso accademico.
Certamente le conoscenze acquisite all’Università sono alla base di molte delle competenze verificate dall’EdS, ma questo è logico e naturale (altrimenti non si capirebbe perché serva la laurea per svolgere una professione ordinistica!).
E’ proprio il modo e lo scopo con cui sono organizzate le prove, che è diverso: non è una verifica di nozionismo teorico, ma della capacità di adattare le conoscenze teoriche alle applicazioni professionali (cosa, in teoria, molto differente).
Le conoscenze apprese all’Università sono quindi “condizione necessaria ma non sufficiente” per le competenze professionali, da dimostrare all’EdS: come puoi impostare un caso clinico se non hai studiato bene all’università la psicopatologia o la psicodiagnostica? Ma la psicopatologia e la psicodiagnostica “teoriche” da sole sono competenze “necessarie ma non sufficienti”, per impostarlo bene.

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3. “Non è giusto, mi chiedono cose che non mi hanno insegnato all’Università!!!”
Come noti, questo è in contraddizione con la “lamentela” precedente: se ti chiedono cose che hai studiato all’Università, non ti va bene; se ti chiedono competenze che non hai sviluppato pienamente all’Università, non ti va bene lo stesso. Insomma, deciditi! 
E’ fisiologico che l’EdS possa e debba chiederti di dimostrare competenze suppletive o integrative rispetto a quanto fatto all’Università: proprio perché mentre l’Università deve valutare le tue conoscenze scientifico-culturali in ambito psicologico, l’EdS deve valutare la tua capacità di applicarle professionalmente.
Sono due cose *diverse*, sia formalmente che sostanzialmente.
Infatti si svolge dopo un anno di tirocinio, e richiedendo una preparazione specifica, che vada a complementare le eventuali aree di scarsa competenza.
Che poi non tutte le Università forniscano, ad esempio, skills progettuali specifici, è vero; ma questo non implica che se vuoi fare il professionista tu non li debba avere!
Sottolineiamo qui un punto fondamentale: non è l’EdS che deve adattarsi a quello che sapevi tu; sei tu che devi sviluppare le competenze richieste all’EdS (e, più in generale, dal mondo del lavoro)!
Se non sai fare progetti o impostare un caso applicativo, non puoi fare il professionista, il concetto è semplice. Se certe competenze non ritieni di averle sviluppate compiutamente nel corso degli studi e nemmeno del tirocinio, ma vuoi esercitare una professione che su queste competenze si basa, le dovrai integrare, punto.
Non è che se ti arriva un paziente puoi dirgli “ah, ma io non so farle una diagnosi differenziale, non me l’hanno insegnato all’Università quindi io non ho l’obbligo di saperlo fare, e nessuno ha diritto a chiedermelo!”.
Stai per diventare un professionista, non sei più uno studente; e come ogni professionista, dovrai regolarmente aggiornarti, sviluppare competenze, imparare le cose che non sai in maniera autonoma e proattiva, senza poterti lasciar andare ad una passiva lamentazione: “ma non mi hanno mai spiegato questo o quello, è un’ingiustizia però!”.
Hai due lauree, sei adulto, hai liberamente scelto tu di fare il professionista in una professione delicata; non sei più alle elementari, dove ti puoi lamentare che la maestra cattiva “non ti ha spiegato una cosa” a lezione. Rimboccati le maniche e sviluppa ciò che non sai fare, tutta la tua vita libero-professionale si baserà su questo principio.

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4. “Non puoi valutare se uno sarà un bravo psicologo con un Esame di Stato!!”
No, ma quello non è neanche il suo scopo; il suo scopo è valutare se riesci a performare un minimo su competenze di base che poi dovrai usare tutti i giorni sul lavoro, provando a filtrare (nel modo migliore possibile, con le complessità di una valutazione simile) almeno chi sembra non avere quelle competenze. 
Comprendere bene i nessi tra i vari nuclei concettuali delle discipline psicologiche; saper analizzare in maniera coerente una situazione complessa e strutturarvi sopra un progetto operativo per gestirla; saper inquadrare professionalmente un caso applicativo (ad es., affrontare l’impostazione corretta di un caso clinico nelle sue varie fasi), dimostrare di conoscere i principi deontologici della professione: sono tutte competenze essenziali e basilari, per cui possiamo dire che se qualcuno NON le ha, allora non può “fare lo psicologo”.

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5. “Si, ma poi le Commissioni danno temi diversi e li correggono soggettivamente…”
Essendo un Esame multiprova, basato su temi aperti, progettazioni libere ed analisi aperte di casi complessi, questo è in parte inevitabile: la standardizzazione e oggettivizzazione assoluta, su questo tipo di prove, è per definizione impossibile (ed uno psicologo dovrebbe saperlo bene!).
Del resto, questo è un aspetto fisiologico di ogni tipo di esame, concorso, colloquio aperto delle nostre vite di studio e professionali…
Quello che all’EdS “controlla questo rischio” è il definire per Legge (e per consuetudine) i macrotemi e le impostazioni generali delle varie prove; avere una Commissione professionalmente e teoricamente eterogenea, che collabori ad elaborare e correggere insieme le prove proprio per minimizzare fortemente i rischi di bias o “soggettivismi individualistici”; avere trasparenza del tipo di prove e visibilità dei compiti svolti.
Forme di valutazione tipo “test nozionistici a risposta chiusa” sarebbero forse più “oggettivi”, ma ovviamente molto meno utili per valutare quelle sono appunto “competenze professionali complesse”, non “mere conoscenze teoriche”.

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6. “Impostato così non serve: bisognerebbe solo fare un bel colloquio aperto, che dimostri la tua maturità e motivazione personale…”
Anche qui, piena contraddizione con la lamentela del punto precedente! Se è troppo “aperto”, non va bene; se è troppo poco “aperto”, non va bene lo stesso…
Ovviamente in un Esame di Stato (come del resto in ogni concorso pubblico) la dimensione “soggettivistica” deve essere limitata il più possibile; fare soltanto un “colloquio generale sulla tua motivazione ed esperienza” non solo è soggetto a bias valutativi molto maggiori, ma non permette nemmeno di comprendere bene il tuo effettivo possesso tecnico delle expertise applicative che vengono invece valutate, più “espressamente”, con le altre prove (progettazione concreta, casi applicativi, etc.).

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7. “E’ tutto un magna magna, lo fanno solo per spillarci soldi e riempirsi le tasche!!”
Altra grande leggenda urbana!
Anche se i costi e i tempi possono variare, per motivi organizzativi, da una sede all’altra, *nessuno* (né Ordine, né Università, né Commissione) si “riempie le tasche” con gli EdS. Il contrario, semmai!
I grossi costi organizzativi, amministrativi e gestionali degli EdS, che impegnano Commissioni e molto personale d’Ateneo per diversi mesi all’anno, sono molto più elevati di quello che si pensa, e ampia parte dei costi sostenuti sono legati a imposte pubbliche previste per normativa.
Il rimborso orario del lavoro svolto dai Commissari è quindi oggettivamente basso. Pertanto, non è un problema di “guadagnarci” (anzi, il lavoro di Commissario non è particolarmente ambito, proprio per via della complessità, ripetitività e bassa compensazione dell’attività svolta).

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8. “Vogliono filtrarci a fine percorso, è un’ingiustizia!!!”
Vecchio fraintendimento: come detto, laurearsi in Psicologia è un percorso “cultural-accademico”, non “professionalizzante”! Quindi, formalmente, le due cose sono separate.
Se vuoi esercitare una professione, indipendentemente dal titolo “accademico”, devi affrontare anche una ulteriore valutazione di idoneità professionale (posso laurearmi in Giurisprudenza, ma questo non vuol dire che cercherò di fare il Notaio; i due diversi percorsi di valutazione – delle competenze accademiche nel primo caso, e professionali nel secondo – sono cose ben separate).
Quindi sì, è interesse pubblico che se tu non hai nemmeno le competenze professionali di base tu non possa essere autorizzato ad esercitare la professione che ad esse si riferiscono.
Se tu lo vivi come un “filtro ingiusto”, per la collettività è una “garanzia necessaria”. Un laureato in Ingegneria che, pur conoscendo la teoria, all’atto pratico non sa fare bene dei calcoli strutturali è un pericolo, se gli si dà la possibilità di firmare progetti; e se lui la vede come un’ingiustizia rispetto al fatto che “ha già dato esami all’Università”, è un problema suo.
Sul “filtro” e la presunta difficoltà: altra leggenda urbana!
L’EdS di Psicologia ha tassi di promozione altissimi, in media superiore al 70-80% dei candidati (a volte oltre il 90%). Altre professioni, come il Consulente del lavoro, *bocciano* l’80% dei candidati…
Quindi, non c’e nessun “desiderio” (da parte di chi, poi?) di “impedire di diventare psicologi”.

9. “Certo, allora siamo nel migliore dei mondi possibili e va tutto bene”.
No, nessuno sostiene questo, anzi!
Sull’eventuale ottimizzazione delle prove e delle organizzazioni si possono fare molte legittime riflessioni; ma solo a partire dai dati di realtà e da una ottima conoscenza delle implicazioni legali, contestuali, professionali dell’EdS e della sua struttura.
Gli slogan arrabbiati e i “luoghi comuni” NON servono a nulla, se non a dare sfogo a vissuti di frustrazione “di pancia”, spesso confusivi e non basati sui dati di fatto.
Cosa che, soprattutto come psicologi, dovremmo proprio saper evitare…!